Morte di un perdente - le prime pagine


1.
Sei morto, Mark. Sotto i riflettori crudeli di quel parcheggio. Quella luce arancione rendeva tutto così irreale, e la pioggia che scendeva impietosa, bagnandoti la pelle giallognola. 
Sei morto. Dicono che ti sei suicidato, che la vita ti era diventata troppo pesante. Non ci credo, Mark. Eri troppo sensibile, eri troppo attaccato a me, fratello.
Ti hanno ammazzato, ne sono sicuro e scoprirò chi è stato.

2.
Martedì mattina. Esco di casa e piove ancora. Ho dimenticato il cappello e la pioggia mi bagna i capelli. E’ fredda, gelida come il ghiaccio che mi sta stratificando il cuore, sto venendo da te, Mark, al tuo funerale. Cammino lungo il viale che tante volte abbiamo percorso insieme e mi ricordo che dicevi che se un giorno fossi morto volevi essere sepolto vicino ad uno di quei cipressi. Invece ti stanno calando in una voragine nera senza ritorno.
In chiesa siamo una decina. Nostra madre non c’è, forse non sa nemmeno che sei morto. Il prete parla di te come se ti conoscesse, in realtà solo io so chi sei. Tutti dicevano che eri un rifiuto della società, ma eri mio fratello. Prendo in spalla la tua bara: non pesa nulla; negli ultimi tempi eri diventato il fantasma che ora sei.
Al cimitero siamo ancora meno. Non conosco nessuno dei presenti. Non m’importa. Il prete esprime tutta la sua compassione per te; sembra irritato: un chierichetto gli tiene un ombrello sopra la testa, ma la pioggia è talmente fitta che si bagna comunque.
Poi ti calano nella terra; la pioggia scivola sul legno come per lavare via le tue colpe. Poi la terra: una vangata, poi un’altra, e tu scompari col tuo triste involucro di legno che sarà tuo compagno per l’eternità.

3.
Non ho molta voglia di lavorare stasera. Mi siedo al piano e incomincio a strimpellare. Mario mi guarda male, sa che sei morto, ma non gli interessa. Gli interessano gli incassi del bar e poi non gli sei molto simpatico, soprattutto da quando hai spaccato quella bottiglia di whisky in testa a Marta.
Nemmeno lei è venuta al tuo funerale. Eppure ti ama talmente tanto.
Canto una vecchia canzone, la voce esce come al solito e le dita scorrono veloci sui tasti.
Mario sorride: è soddisfatto.
Suono e canto, finché non so più da quanto tempo lo sto facendo. Alzo gli occhi sull’orologio: è passata solo un’ora. Faccio una pausa. Mario sembra approvare. Il pubblico mi applaude: ci sono una decina di coppie.
Mi siedo al bar; non ho voglia di bere il tuo whisky, Mark, quello che ti ha ucciso coi farmaci. Ma tu non sei stupido, sapevi che quel cocktail era letale. Non t’immagino a ingurgitare sonniferi a suon di scotch e per di più sulla tua macchina vicino alla spazzatura di quel supermarket.
Ordinò una minerale, credo che per un po' farò a meno dei superalcolici, almeno per un giorno o due.
Ritorno al piano, faccio un paio di virtuosismi, ma Mario mi tira un’occhiataccia. Cominciò a cantare, dopo un po’ alcune coppie se ne vanno e poi dopo qualche ora il locale è vuoto. Canto l’ultima canzone per me e per te, poi mi alzo e torno al bar. La voglia di bere è tanta, ma mi ricordo le tue dita grigie strette al collo della bottiglia e il tuo corpo steso tra l’immondizia
Mario mi dà la mia parte dell’incasso; ha sempre il broncio quando mi deve pagare. Preferirebbe suonassi gratis, per puro spirito artistico, ma io non sono un artista.
Torno a casa a piedi. Piove ancora e l’acqua mi va fin quasi alle ossa.
Guardo la tua stanza da letto, in disordine e con odore di chiuso, il letto disfatto e i tuoi vestiti sparsi sul pavimento. Solo adesso provo un po’ di nostalgia di te, del tuo sorriso e della tua ira da postsbornia.
Mi spoglio, faccio un bagno e mi accendo una sigaretta seduto nella vasca. E’ la prima dopo parecchie ore. Assaporo tutta la sicurezza che mi trasmette. Sto a mollo quasi mezz’ora e quando esco dalla vasca assomiglio ad un roseo pesce panciuto.
Quando mi metto a letto, cercò di dormire, ma non ci riesco. Tento di leggere quel libro che sto sfogliando da quasi due anni, ma è tutto inutile. Mi alzo, prendo un sonnifero, lo stesso che t’ha ucciso, e lo butto giù con un po’ di whisky, lo stesso che t’ha ucciso. Appoggio la testa sul cuscino e m’addormento come un bambino.

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