La Teoria del Cioccolato

Ecco qui si apre un altro capitolo sui misteri della mente e sulle insondabili vie dell'ispirazione e della creatività.
Dopo la felice parentesi de La Prigionia del Cielo, mi cimentai in un nuovo romanzo, umorale, di formazione, dal sibillino titolo de La Teoria del Cioccolato.
Ohibò, direte voi (quei 5 o 6 che leggono questo blog), e che significa? Praticamente è un romanzo d'amore, una dichiarazione in forma di manoscritto per una compagna di classe che non ha mai saputo della mia infatuazione... Dio, com'è romantico! Quel tipo di rapporto che nasce sui banchi di scuola, perché sempre a stretto contatto, un amore platonico mai consumato, perché lei era superfidanzata e io superimmaturo.
Comunque, La Teoria del Cioccolato è una metafora dei rapporti tra i due sessi (scegliete voi quali), figura retorica basata appunto sull'alimento o qualsiasi altro cibo. Non puoi sapere cosa ti piace veramente se non l'hai mai assaggiato, così come non puoi sapere chi veramente ti va a genio se non sperimenti, se stai sempre con la stessa persona e non ne provi più di una. E in effetti il protagonista, Lucas, è un libertino. Frequentavo la V superiore di un istituto professionale con una percentuale di ragazze del 90% e se ne spupazza una dopo l'altra, ma è innamorato di una sola. La sua compagna di banco.
Vagamente autobiografico, eh. Non che me ne spupazzassi molte, ma avevo comunque un discreto successo con le donne a quell'età, anche se ero totalmente (l'ho già detto) immaturo e vagamente testa di cazzo. Non facevo altro che giocare a calcio, ai videogames, far incazzare i miei e studiare zero.
Questo imbarazzante romanzo lo scrissi agli inizi del '94, sempre su quadernoni a quadretti e sempre nel mio loculo di ufficio dove tutto combinavo meno che lavorare. La storia iniziava con Lucas al primo giorno di scuola, che incontrava i suoi amici ed entrava in classe. Scrissi parecchie pagine, secondo me ne uscirebbero circa 200 cartelle, ma fondamentalmente è rimasto incompiuto. Nel senso che non ha un finale.
Avevo una visione romantica di questo lavoro, mi ricordavo di avervi infuso quasi la stessa passione riversa in Prigionia, ma quando lo ripresi in mano dopo una decina d'anni, scoprii che era illeggibile, sembrava scritto da un ragazzetto bruciato dagli acidi e ubriaco al momento della stesura. Delirante, presupponente, troppo adolescenziale e irritante. Rinunciai persino a riscriverlo e a metterlo a posto, troppo lavoro, probabilmente inutile. Forse, chissà se c'avessi lavorato nel 2003 sarei diventato il nuovo Moccia. Sai che entusiasmo?
Comunque rimane un altro incompiuto, e per fortuna oserei aggiungere. È anche vero che sono stato l'unico a leggerlo e anche l'unico a scriverlo. Nella vita non si sa mai.
Quello che è ancora imperscrutabile, come accennavo all'inizio, come sia possibile scrivere un romanzo tanto ispirato come La Prigionia del Cielo, un anno prima e poi scrivere una fetecchia qualche mese dopo. Mistero.
Vi ho avvertito. Tremate. Forse in futuro ci rimetterò mano e finalmente questa opera fondamentale di Davide Cassia vedrà la luce, altro che Tre metri sopra il cielo...

4 commenti:

  1. Oserei dire che la vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita.

    ^^

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  2. oh, ci ho colato!
    ci ho colato di brutto!
    :P

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  3. Apprezzo sempre la ironia surreale e ti perdono per i tuoi peccati

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